Marcelo Burlon è l’ospite di questa settimana di Luca Casadei nel nuovo episodio del podcast “One More Time” (OnePodcast). La puntata è disponibile da oggi, venerdì 30 gennaio, in formato audio su OnePodcast e su tutte le piattaforme streaming, e da martedì 3 febbraio in versione video su Spotify e YouTube.
Ai microfoni di Luca Casadei, Marcelo racconta la sua vita, la sua carriera di fashion designer, organizzatore di eventi e deejaye le emozioni che lo hanno accompagnato fin dall’infanzia: dai primi anni trascorsi in Argentina in un villaggio della Patagonia durante la repressione militare all’arrivo in Italia, nelle Marche, da ragazzino insieme alla famiglia, dove inizia a lavorare in fabbrica e poi come animatore nelle discoteche, passando per il periodo in cui faceva uso di droghe, fino all’arrivo a Milano e alla sua rapida scalata al successo nel mondo del clubbing e della moda. Si sofferma, inoltre, sulla sua famiglia e sul difficile rapporto con il padre, severo e autoritario e ricorda, infine, l’amico scomparso Virgil Abloh, designer e stilista statunitense.
Sui primi tempi in Italia e l’inizio del lavoro nelle discoteche: «Ci siamo trasferiti nel ‘90 dalla Patagonia diretti in un paesino delle Marche, io feci la seconda e terza media perché i titoli non erano validi in Italia, i miei genitori lavoravano in fabbrica e anche mio fratello. Nel frattempo che finivo la scuola io correvo a casa a cucinare, lavare e stirare per loro. Finché anch’io iniziai a lavorare in fabbrica a 14 anni. Parallelamente andavo a ballare la domenica nei classici locali per adolescenti e quelli che organizzavano mi hanno visto e mi hanno detto: “vuoi iniziare a lavorare per noi la domenica?” ovviamente accettai. Ho attirato la loro attenzione perché ballavo, facevo casino e portavo un gruppo di amici, finché diventai “il capo” del gruppo, perché poi cambiavano le generazioni, qualcuno andava e qualcuno arrivava e io ero un po’ l’immagine stessa del club: c’erano mie foto dappertutto tra Marche, Umbria e Abruzzo».
Sul difficile rapporto con il padre e sul momento in cui si sono chiariti: «Avevo 21 anni. Tutto iniziò quando mia mamma disse: “quando chiami non chiedi mai di tuo padre” io abitavo già a Milano e lei mi disse: “perché non vieni, lo affronti e gli racconti?”. Io presi un treno e andai giù nelle Marche e gli raccontai tutte le mie sensazioni. Ci siamo abbracciati in un pianto ed è come se avessimo rotto un muro che era stato eretto tanti anni prima. Gli ho raccontato le mie paure e quello che mi succedeva internamente quando sentivo arrivare la sua macchina da lontano che subito mi veniva l’ansia e mi nascondevo sotto al letto. Era severo, non mi picchiava ma a volte ti stritolava. Le urla mi facevano pura. Con mia madre ho sempre avuto un rapporto incredibile, eravamo super amici. Una persona magnifica, moderna sin dagli anni ‘50».
Sul mondo della moda e sulla sua prima collezione di magliette: «Ero diventato un po’ scomodo per il sistema moda. Ero un personaggio scomodo che faceva eventi, faceva lo stylist, faceva il DJ, poi lavorava per un giornale. A un certo punto decisi proprio di fare la fame, ho detto: “voglio lavorare per me stesso, non voglio avere nessuno sopra di me e se questo mi porta a non avere un soldo per pagare l’affitto, voglio che sia così”. Quel mondo mi aveva dato un senso di perdita, perché alla base c’è una frustrazione di personaggi che non hanno fatto pace col loro ego. Non c’è felicità, non c’è leggerezza. Non c’è un contatto umano: ci sono dei numeri, si deve arrivare a quei numeri, le persone sono un po’ isteriche (…) Da Dj avevo costruito grazie ai social media una rete internazionale di persone che venivano a ballare la mia musica. Ho capito lì che volevano in qualche modo fare parte del mio mondo e per questo ho pensato di voler raccontare la mia storia attraverso delle grafiche su delle magliette. Lanciamo la prima collezione e diventa subito virale».
Su Virgil Abloh: «Virgil era una persona estremamente gentile, che sapeva ascoltare tutti. Era una persona che aveva migliaia di idee in testa, che poi grazie al marchio è riuscito a concretizzare. Una persona molto umana, molto gentile. Quando veniva a Milano mi capitava di beccarlo in Via della Spiga, che lui usciva da un posto e io entravo in un altro. Sempre, sempre aveva qualcosa di bello da dirti o da lasciarti. Ti faceva sempre sentire comunque di valore, importante».
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