È stato presentato a Ca’ Giustinian il progetto della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, intitolata In Minor Keys, che si svolgerà dal 9 maggio al 22 novembre 2026 tra Giardini, Arsenale e altri spazi veneziani, con una pre-apertura prevista nei giorni 6, 7 e 8 maggio. La visione curatoriale è stata illustrata dal Presidente Pietrangelo Buttafuoco insieme al gruppo di lavoro scelto da Koyo Kouoh, composto da Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira e Rasha Salti, affiancati dal caporedattore Siddhartha Mitter e dall’assistente alla ricerca Rory Tsapayi. Sebbene l’annuncio sia avvenuto a Venezia, le radici del progetto si trovano altrove, precisamente a Dakar.
Il momento decisivo per la definizione della Biennale si è svolto nell’aprile 2025 presso RAW Material Company, il centro culturale fondato da Kouoh nella capitale senegalese. In quell’occasione, il team curatoriale si riunì per una settimana di lavoro intenso, durante la quale furono individuati artisti, temi, pratiche e fondamenti teorici della mostra. Questo incontro non fu un semplice passaggio organizzativo, ma un vero atto fondativo, in cui la Biennale prese forma concreta, stabilendo una struttura che non sarebbe più stata modificata.
Dopo la scomparsa prematura di Kouoh nel maggio 2025, la Biennale ha scelto di realizzare integralmente il progetto così come era stato concepito, senza apportare cambiamenti o reinterpretazioni. L’artista aveva già definito ogni aspetto della mostra: dal testo teorico alla selezione degli artisti, dalle opere all’identità visiva, fino alla configurazione degli spazi e al piano editoriale. Per questo motivo, In Minor Keys può essere considerata postuma solo in senso biografico, poiché la sua struttura concettuale era già completa e pronta per essere presentata al pubblico.
Il titolo della mostra richiama il concetto musicale di tonalità minori, che non rappresentano debolezza, ma esprimono complessità emotiva e profondità. Kouoh ha immaginato una Biennale lontana dalla spettacolarizzazione e dalla retorica dell’urgenza, concepita non come una sintesi totale del presente, ma come una composizione fatta di risonanze sottili e stratificate. L’obiettivo non è offrire una visione enciclopedica del mondo, ma creare un’esperienza più sensibile e relazionale.
La mostra riunirà 111 partecipanti tra artisti singoli, collettivi, duo e organizzazioni provenienti da contesti geografici diversi. La selezione non segue logiche nazionali o rappresentative, ma mira a costruire connessioni e dialoghi tra realtà differenti, creando una rete di relazioni culturali piuttosto che una semplice mappa geopolitica. In questa prospettiva, città come Dakar, Salvador, San Juan, Beirut, Parigi e Nashville diventano nodi di una costellazione artistica interconnessa.
Uno dei fulcri della Biennale è rappresentato dal nucleo “Are (Shrines)”, che rende omaggio agli artisti Issa Samb e Beverly Buchanan. Samb, figura centrale nella scena artistica di Dakar, è stato mentore di Kouoh, mentre Buchanan ha esplorato il rapporto tra memoria e territorio attraverso opere scultoree essenziali e anti-monumentali. Entrambi hanno privilegiato la dimensione generativa e relazionale dell’arte, opponendosi alla centralità del monumento e proponendo una diversa concezione della memoria e della conservazione.
Un altro elemento chiave della mostra è la processione, ispirata alle tradizioni carnevalesche afroatlantiche. Questo dispositivo trasforma il pubblico da osservatore passivo a partecipante attivo, rompendo le gerarchie tradizionali della fruizione museale. La processione introduce una dimensione performativa e rituale, restituendo all’arte il suo carattere comunitario e collettivo.
Le cosiddette “Scuole” rappresentano un altro pilastro concettuale della Biennale. Si tratta di contesti di apprendimento radicati nei territori ma capaci di sviluppare connessioni internazionali, concepiti come alternative ai sistemi dominati dal mercato. L’immagine evocata di una riunione sotto un albero di mango a Dakar simboleggia un’idea di conoscenza condivisa, basata sulla relazione e sull’esperienza collettiva.
Tra le fonti di ispirazione figurano opere letterarie come Beloved di Toni Morrison e Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez. Questi testi affrontano temi come memoria, trauma e temporalità complessa, offrendo una chiave interpretativa per leggere la Biennale come un’esperienza stratificata, capace di intrecciare dimensioni personali, storiche e simboliche.
Il progetto espositivo, curato dallo studio Wolff Architects, utilizza la soglia come elemento centrale dell’esperienza. Grandi drappi color indaco sospesi creano passaggi simbolici tra gli ambienti, accompagnando il visitatore in una transizione sensoriale. L’identità visiva si ispira al concetto giapponese di komorebi, ovvero la luce filtrata attraverso le foglie, suggerendo un’esperienza basata su variazioni percettive e atmosfere modulanti.
Temi come colonialismo, disastri ambientali e memoria storica emergono nella mostra non come narrazioni esplicite, ma come presenze sotterranee. Le opere non mirano a documentare il trauma in modo diretto, ma a esplorarne le tracce attraverso linguaggi artistici che privilegiano la trasformazione e la reinterpretazione. In questo modo, la Biennale propone una riflessione sul passato che non si limita alla denuncia, ma apre a nuove possibilità di comprensione.
Il giardino creolo e il cortile assumono un ruolo simbolico importante, rappresentando spazi nati in contesti di oppressione ma trasformati in luoghi di cura, autonomia e resistenza. Questi ambienti diventano metafore e modelli concreti di convivenza e rigenerazione, evidenziando il potenziale dell’arte come strumento di trasformazione sociale e culturale.
La Biennale Arte 2026 non si propone di offrire una spiegazione totale del presente, ma di invitare il pubblico a rallentare e ad ascoltare. Ideata a Dakar e realizzata a Venezia, In Minor Keys si presenta come una composizione già definita, che privilegia la relazione, la sensibilità e la profondità rispetto al clamore e alla spettacolarizzazione. Si tratta di una Biennale che sceglie la misura e l’ascolto, sostituendo la retorica dell’urgenza con una riflessione più intima e stratificata.

