Di Umberto Labbozzetta
Sì… ma per quanto tempo? Forse non ha mai smesso veramente di apprezzarli, ma qualcosa sembra essere cambiato nell’edizione 2025, nella macchina del Festival di Carlo Conti, il primo, dopo le edizioni del 2015/6/7. Piccola digressione: cambiamenti epocali a parte, Carlo Conti sarà il presentatore e direttore artistico anche dell’edizione del 2026, si rimane in attesa della risposta del consiglio di stato riguardo al ricorso presentato dalla RAI. Dopo il ritiro della sospensiva da parte di RAI e Comune di Sanremo, la pronuncia di Palazzo Spada riguarderà la legittimità dell’assegnazione diretta del Festival alla RAI: se la sentenza dovesse confermare quella già emessa lo sorso dicembre dal Tribunale Amministrativo ligure, il Comune di Sanremo procederà con il bando di gara.
Qualcosa, dicevamo, nelle scelte del direttore artistico sugli artisti in gara deve aver acceso più di una lampadina o forse più accurate riflessioni. Magari ci si sarà chiesto: vuoi vedere che il pubblico si è stancato di un mercato che replica se stesso e vuole con entusiasmo qualcosa di diverso? Per come avevamo imparato a conoscere negli ultimi anni Sanremo, soprattutto noi che lo ascoltiamo, lo seguiamo, lo commentiamo, lo critichiamo (io non sono da meno) deve esserci sfuggito qualcosa. A dir il vero la restaurazione del Festival di Sanremo è iniziata con le operazioni di innovazione e svecchiamento delle edizioni di Baglioni (2018 e 2019) e delle successive edizioni di Amadeus, che avevano costruito un evento pensato soprattutto per giovani e giovanissimi; era diventato una vetrina parziale del nuovo che avanza, che attraversa il pop italiano, e inevitabilmente i cantautori sono stati considerati poco interessanti, con poco appeal per il pubblico e mediatamente superati. Sanremo è un circo mediatico unico nel suo genere in Italia, ed esiste grazie alla massiccia presenza dei media indipendentemente dalla scelta dei vari direttori artistici illuminati e musicalmente aperti che si sono succeduti negli ultimi dieci anni – tre in realtà per Conti e Claudio Baglioni e cinque edizioni per Amadeus, per quanto sia evidente che Carlo Conti adesso, e Amadeus prima hanno sapu- to trarre benefici dalle loro scelte.
Negli anni precedenti si era consumata la rivoluzione dello streaming e dei social media: in Italia gli introiti provenienti dalle piattaforme (Spotify/ Youtube/ Amazon/ Apple Music) valevano più di un mercato fisico ormai desueto e in emorragia da anni. Se con i dischi/cd non si facevano più soldi, la funzione di Sanremo come vetrina per la disco- grafia era potenzialmente nullo.
Prima del restauro le major, vivevano il Festival più come un’occasione di raccolta di profitti editoriali che come un vero business per lanciare nuovi artisti. Inserire una canzone nel prime time sanremese con la sola presenza in gara per cinque serate significava monetizzare, e poi andare all’incasso grazie al mercato delle radio. Con questa modalità l’interesse a rischiare con prodotti diversi, nuovi, e con giovani interessanti ma affermati sulle piattaforme era pari allo zero… ricor- diamo che erano gli anni in cui si attingeva molto dai talent show, dell’esplosione dei vari Valerio Scanu, Sonohra, Marco Carta, Dear Jack, Ilaria Porceddu.
Per qualche edizione, essere un giovane in gara a Sanremo non solo significava essere il vincitore o di essere passato da qualche talent, ma l’essere anche già passati attraverso il mercato e il con- fronto con il pubblico. Il Festival è dunque servito per portare questi fermenti a un’utenza di generazioni diverse, dai cosiddetti “Generazione Z” (1997-2012) ma anche alla Generazione Alpha (2013-2024) e ai Millenials (1981-1996), mentre le vecchie generazioni – i Baby Boomers o Boomers (1946-1964) e la Generazione X (1965-1980) – poco a poco esploravano le piattaforme e la nuova musica. In un mondo dominato dallo streaming le strategie sono cambiate, meglio adeguarsi. Sanremo quindi negli ultimi anni è diventato una vetrina per fenomeni che già si erano affermati (o si stavano affermando) sulle piattaforme – vedi l’esplosione del fenomeno musicale Trap/Rap (per qualcuno in caduta libera) – e allo stesso tempo le piattaforme sono diventate terreno di conquista dei giovani, sia cantanti che ascoltatori.
In questa edizione però è mancata un po’ la presenza massiccia del genere che più di tutti ha ege- monizzato le classifiche italiane negli ultimi dieci anni, ovvero il rap. Ma è anche cambiata, stando ai dati, la fascia di età, che prima si sarebbe amputata un braccio piuttosto che rimanere a casa e guardare RaiUno. Perché, come dicevamo, la “Generazione Z” è quella che interagisce sui social, ascolta su Spotify, usa RaiPlay.
Sanremo a questo punto è d’obbligo, inciderà ancora sui gusti giovanili. A leggere i dati Rai, a quanto pare, sì: sembra che si sia riuscito a coinvolgere una generazione piuttosto massiccia, in- teressata non solo ai fenomeni musicali più seguiti, ma anche a nuove scoperte. Magari Cristicchi, Brunori Sas, Lucio Corsi sono il nuovo che avanza, e lo vedremo e lo capire presto, oppure come i più pessimisti indicano, faremo di nuovo i conti con i giovani, che all’improvviso smetteranno di guardare Sanremo.
È bene ricordare che Sanremo per molti anni è esistito, e ancora oggi è vissuto, come simbolo di un certo mainstream della canzone italiana. Erano escluse dalle scelte certe musiche e autori considerati troppo poco mediatici, e dalla mie esperienza, e faccio Sanremo ininterrottamente dal 1988, certe musiche erano ben liete di esserne escluse. Ora quel mondo è quasi sparito, i soldi su Spotify (pochi per la verità) si fanno solo sui grandissimi numeri, il circuito del live si comprime ed è evidente come anche artisti di qualità come Brunori Sas, Lucio Corsi, lo stesso Cristicchi, pur es- sendo su piazza da anni, devono passare dal Festival per farsi conoscere e mantenere alta la consi- derazione del grande pubblico.
Sanremo quindi torna a essere una questione importante per la discografia italiana, che punta sull’usato sicuro (vedi Massimo Ranieri, Iva Za- nicchi, Gli Alunni del Sole, Orietta Berti Marcella Bella, Ricchi e Poveri) ma anche e fortemente sulla ricerca e sviluppo del nuovo, provandoci – per- ché no? – anche sul cantautorato…
Reggerà? A noi non ci resta che attendere, monitorando come al solito i media, in particolare modo le radio, per capire se la soluzione-cantautori, che spesso non è stata presa in considerazione dalle programmazioni musicali, saprà confermarsi e magari implementare la presenza nelle prossime edizioni. Oppure, come in molti indicano, tra qualche settimana “L’Albero delle noci”, “Volevo essere un duro”, “Quando sarai piccola” saranno solo un ricordo, mentre tutti, con le chiappe al sole e telefonini in mano, posteranno reel sulle piattaforme, con le mani a forma di cuoricini, urlando a squarciagola,”Tu mettevi solo cuoricini, cuoricini, pensavi solo ai cuoricini, cuoricini, stramaledetti cuoricini, cuoricini”. Sigh, sigh…

