Nel segno di Matteo Garrone - Media Key
Salta al contenuto
InterneTV Key

Nel segno di Matteo Garrone

È l’anno di Matteo Garrone e del suo Io Capitano. Indipendentemente dal risultato degli Oscar, Garrone è stato il protagonista della nona edizione di Filming Italy – Los Angeles, il festival creato e diretto da Tiziana Rocca, Agnus Dei, che si è tenuto dal 26 al 29 febbraio a Los Angeles. Matteo Garrone, dopo la vittoria del Leone d’Argento a Venezia e la candidatura come ‘Miglior Film Internazionale’ agli Oscar 2024, è stato premiato con il Filming Italy Los Angeles Best Director Award e il Filming Italy Los Angeles Best Actor Award, andato al suo protagonista Seydou Sarr. A un grande interprete del cinema italiano, Franco Nero, è stato consegnato il Filming Italy Los Angeles Lifetime Achievement Award.

Matteo Garrone: le comparse sono state i miei coregisti

È un piacere ascoltare Matteo Garrone parlare di Io Capitano. “Siamo abituati a vedere l’ultima parte del viaggio, le barche quando arrivano, se riescono ad arrivare, la conta dei vivi e dei morti”, ha raccontato. “Il film vuole dare una forma visiva a quel viaggio che non vediamo mai. Sappiamo che si muore nel deserto, nelle carceri, in Libia e poi in mare. Abbiamo cercato di raccontare questo viaggio dal punto di vista di chi lo fa. Dare a chi vede il film la possibilità di vivere un’esperienza è quello che il cinema deve fare”. E il cinema deve saper parlare a tutti, proprio come sta facendo Io Capitano. “È un viaggio epico, un film d’avventura, un road movie, un romanzo di formazione. La grande forza del film è che è universale, racconta il viaggio dell’eroe. Ogni essere umano fa i conti con il proprio destino, la ricerca di un altrove dove essere più felice: è un archetipo. Per certi versi è il mio film più popolare”, spiega il regista. “Per fare un film su questa storia drammatica era necessario affrontarla con grande attenzione, grande autenticità. Così mi sono aggrappato alle vicende di chi aveva vissuto questa esperienza a livello di scrittura. Sul set i nostri protagonisti hanno lavorato accanto a chi per mesi aveva vissuto questo viaggio: tutte le comparse erano persone che lo avevano fatto davvero”.

Ci sono voluti otto anni perché Matteo Garrone prendesse la decisione di girare il film. “Temevo di raccontare una cultura che non era la mia, di fare un film in una lingua che non era la mia, di essere l’ennesima figura che specula dal punto di vista occidentale, privilegiato, sul povero migrante”, spiega. “Ho capito che l’unico modo possibile era quello di fare un film insieme a loro. Sono stato un tramite, un intermediario: ho avuto la sensazione che loro, le comparse, fossero tanti coregisti che mi aiutavano a capire se quello che stavamo girando avesse una forza”. Il film è stato girato in ordine cronologico. “Può aiutare me e gli attori”, spiega. “Quando scrivi immagini un messaggio, poi loro lo vivono e ti sanno dire se i passaggi che hai ipotizzato risuonano nella loro anima o se c’è qualcosa di stonato”. A Los Angeles Sean Penn ha visto il film e si è innamorato, Joaquin Phoenix si è inginocchiato di fronte a Seydou. “Due dei più grandi attori si sono complimentati con lui, e lui non sapeva neanche chi fossero. La sua forza è anche questa”.

Dante Ferretti: Faccio tanti sbagli, apposta

Los Angeles vuol dire Oscar e chi ne ha vinti tre è lo scenografo Dante Ferretti. Nella sua masterclass ha raccontato come riuscì a spingere Martin Scorsese a girare Gangs Of New York a Cinecittà. Facendo scalo con lui a Ciampino, pensò bene di portarlo a mangiare di fronte a Cinecittà e di farsi aprire gli studi, anche se era domenica, per farglieli visitare. “Volevo condurre Scorsese dentro, gli ho fatto vedere i teatri di posa, e poi dietro, dove c’è il backlot con una vasca enorme con un fondale di 180 metri”, racconta lo scenografo. Così Ferretti cominciò a fare dei disegni e dei modellini e spedì tutto a New York, promettendo che il costo complessivo sarebbe stato la metà rispetto all’America. A Ferretti viene chiesto quanto spazio ci sia per la creatività e quanto fedeli bisogna essere in caso di ricostruzioni storiche. “Non sono mai fedele, faccio tanti sbagli ma li faccio apposta”, spiega. “Ho imparato a non fare mai le cose giuste perché sembrano sempre false. Commetto sempre degli errori, perché quando ci sono tutto è sempre più vero”. “Sono cose che mi ha insegnato Pasolini”, continua. “Mi disse: si ricordi che non fa niente come si gira e dove si gira, l’importante è quello che uno vuol far vedere”.

Claudia Gerini: Le donne devono pretendere di più

Da sempre il Filming Italy – Los Angeles è attento alle donne ed è stato questo uno dei fili conduttori di quest’anno. Con Marisa Tomei e Benedetta Porcaroli che hanno ricevuto il Filming Italy Los Angeles Women Power Award e con Claudia Gerini, protagonista di una masterclass in cui si è parlato di donne, produzione e regia. “Le donne devono pretendere di più”, ha dichiarato. “Abbiamo tante produttrici che hanno credibilità ma se la sono sudata. Però non hanno ancora quello spazio che meritano, anche se nel tempo si è rafforzato. Serve tempo e serve dimostrare che il cinema è anche donna”. C’è probabilmente anche un problema di coscienza di sé, di come le donne si vedono. “La donna si sente sempre in colpa, se è brava”, conferma l’attrice. “Si sminuisce. Si mette sempre in un posto dove non primeggia e non dà fastidio. Prima di tutto ci dobbiamo percepire noi come scaltre e lungimiranti. Anche questo fa parte di un percorso: con il film di Paola Cortellesi abbiamo levato un ramoscello e la diga si è aperta. Era il momento giusto per parlare di chi non ha mai avuto voce”. Claudia Gerini, dopo il suo esordio con Tapirulàn, sta pensando ancora alla regia, a un lavoro corale di vari registi e a una regia di un genere totalmente diverso. “Devo capire se sono in grado”, riflette ad alta voce. “Ma le donne si devono dire: sei in grado”.

Kasia Smutniak: Le storie vere sono più interessanti del set

Un’altra donna forte e coraggiosa che ha esordito quest’anno alla regia è Kasia Smutniak, con il documentario Mur, che racconta il muro di 186 chilometri costruito al confine tra Polonia e Bielorussia, con lo scopo di respingere i migranti in cerca di asilo. “Questo film non è nato dalla voglia di passare dall’altra parte della mdp, ma da un disperato bisogno di raccontare qualcosa che per qualcuno non doveva essere raccontato”, ha spiegato l’attrice. “Ma questo viaggio si è rivelato molto personale: ho cominciato a pormi delle domande e ho avuto l’urgenza di avere delle risposte”. “Gli attori scavano dentro di sé, fanno delle domande, vanno all’inizio di qualsiasi emozione: è un viaggio intimo che il film finale spesso non rispecchia”, riflette. “Mentre qua, facendo scelte che riguardano cosa raccontare, per forza ti poni delle domande: chi sono oggi, dove vorrei essere, chi vorrei essere”. Il film non racconta i rifugiati, per scelta, ma le altre persone. “Tramite le storie e i gesti eroici di alcuni, mi sono ricreduta sull’essere umano”, spiega. “Ho avuto la possibilità di conoscere quelli che per me sono degli eroi di oggi. A un certo punto della mia vita mi sono circondata da storie vere, eccezionali, che mi sembravano più interessanti di quelle che potevo vivere su un set”.

Micaela Ramazzotti: Felicità è…

Un altro fortunato esordio al femminile è stato Felicità di Micaela Ramazzotti, che ha vinto il premio del pubblico a Venezia Orizzonti Extra. “Avevo questa storia in mente da tempo, mi piaceva l’idea di costruire intorno a un fratello e una sorella dei personaggi mostruosi, genitori tossici, e un compagno esterno, che facesse da contraccolpo ai problemi familiari”, ha raccontato. Quanto alla parola Felicità, “è un titolo beffardo, che va in contrasto con la vicenda. È qualcosa che i protagonisti non incontreranno, ma si avvieranno verso un percorso di emancipazione. La felicità è qualcosa che va anche cercata. Si può raggiungere a ogni età ma non bisogna aver paura. In una società dove si corre tanto, dove bisogna essere belli e sorridenti, con il superlavoro, non pensiamo a coltivare i nostri sentimenti più semplici, che sono fatti di niente e che sono quelli che ci gratificano di più”.

Ficarra e Picone: Globalizzazione vuol dire che parliamo degli stessi temi

Santocielo non è il primo lungometraggio di Ficarra e Picone che arriva negli Usa: ai loro film il pubblico americano ride sempre. “Volevamo fare un film sugli angeli, ma su di loro ne sono stati fatti tanti e non era facile”, ha spiegato Valentino Picone. “Così ci è venuta in mente la storia di un angelo pasticcione che viene mandato sulla terra per far concepire a una donna il nuovo Messia, ma sbaglia e tocca la pancia di Nicola, che è Salvo”. Dal film traspare il senso della comunità, qualcosa che oggi si sta perdendo. Ma qual è il vero problema? “Il non riconoscere le esigenze degli altri, cercare in tutti i modi di imporre la propria idea”, spiega Salvo Ficarra. “Comunità è quando dici: a me questo diritto non serve, ma se serve a te, io devo fare di tutto per tenerti nella comunità”. La storia parla anche di famiglia e di come si sta evolvendo. “La famiglia oggi è il posto dove c’è l’amore e, siccome l’amore non si può contenere, non ci può essere un contenitore: tutto ciò che lo ospita è famiglia, in qualsiasi forma”. La forza dei loro film sono i temi universali, che chiunque può capire, a qualsiasi latitudine. “Cerchiamo di parlare di cose che ci stanno a cuore, che vediamo nella società, nella nostra nazione”, spiega Salvo Ficarra. “Globalizzazione vuol dire che parliamo degli stessi temi in tutte le nazioni”.

Franco Nero: Quando Tarantino mi disse che ero uno dei più grandi attori

Uno dei protagonisti del Festival, Franco Nero, si è raccontato a cuore aperto. Partendo da un musical hollywoodiano, Camelot. “Conoscevo l’inglese grazie a John Huston, che quando feci La Bibbia mi consigliò di imparare questa lingua, e fece il mio nome a Joshua Logan”, ricorda l’attore. “Lo incontrai a Londra, ma mi disse che il mio inglese non era molto buono. Me ne stavo andando, ma gli feci sapere che conoscevo Shakespeare in inglese, perché Huston mi aveva fatto ascoltare le registrazioni. E così lo convinsi”. Franco Nero poi divenne una star del western, proprio come John Wayne, che gli diede un consiglio molto particolare. “Gli dissero che facevo film western e mi chiese se sceglievo un cavallo grande. Dissi di sì, e mi rispose: sbagliato. Se scegli un bel cavallo, grande, scompari. Se scegli un cavallo piccolo risalti di più, come facevo io”. Il più famoso di questi western è Django, riportato in vita da Tarantino. “Tarantino voleva rendere omaggio a Django e mi voleva in un cameo”, ricorda Franco Nero. “Io avevo già letto la sceneggiatura di Django Unchained, che mi aveva dato un altro sceneggiatore, ma non c’era niente per me. Poi Tarantino mi chiamò. E io dissi che non avevo letto la sceneggiatura, mentendo. Affermai di avere un’idea: che Django ogni tanto sognasse un cavaliere venire verso la mdp in slow motion, e alla fine si capisse che era il padre. Dopo un lungo silenzio, dichiarò che mi avrebbe richiamato. Dopo un mese e mezzo, mi disse: ci ho pensato, non funziona. Devi interpretare il ruolo che ti dico io: abbi fede. E sul set diceva a tutti che ero uno dei più grandi attori”.