‘HYDRON³’, il nuovo progetto dell’artista neo-pop surrealista Giovanni Motta, esplora le contaminazioni tra estetica e intrattenimento e tra esperienza artistica e di consumo.
Dal 26 marzo al 12 aprile scorsi gli spazi dei Bagni Misteriosi di Milano hanno ospitato HYDRON³ – Time is over. Drink eternity, il nuovo progetto multimediale di Giovanni Motta – pittore e artista digitale appartenente alla corrente del Neo-Pop Surrealismo – curato da Ivan Quaroni: una mostra-evento che non è semplicemente un’esperienza immersiva o uno spettacolo, ma un sistema critico che utilizza i linguaggi della contemporaneità per smascherarne le contraddizioni. Il plot, messo a punto da Giovanni Motta, prende le mosse dalla scoperta, da parte di un esploratore – un uomo misterioso chiamato ‘Question Mark’ – di un monolite ghiacciato in una remota foresta. Forando la superficie del blocco congelato, l’esploratore scopre una sostanza di colore ceruleo dalle qualità mirabolanti.
Al centro di questa architettura sta JonnyBoy, figura intorno cui ruota da sempre l’universo dell’artista, e che Quaroni definisce non tanto un character quanto una ‘forza coscienziale’. È un passaggio decisivo: JonnyBoy non è un personaggio narrativo nel senso tradizionale, ma un dispositivo attraverso cui l’artista organizza impulsi, memorie e visioni. Il suo volto infantile, apparentemente innocente, agisce come una superficie di proiezione, un’interfaccia emotiva che mette in contatto lo spettatore con una dimensione più profonda, pre-razionale. In questo senso, il ‘bambino interiore’ evocato da Motta non è una semplice metafora psicologica, ma un principio attivo, una riserva di senso che resiste alla saturazione simbolica del presente. È qui che si innesta la tensione più interessante del progetto: quella tra autenticità e simulazione, tra interiorità e mercato. Se da un lato JonnyBoy incarna una dimensione originaria e irriducibile, dall’altro HYDRON³ introduce un elemento perturbante: la trasformazione di un’esperienza potenzialmente spirituale in prodotto di consumo. La sostanza miracolosa, capace di promettere una forma di eterna giovinezza, diventa immediatamente brand, oggetto di desiderio, merce.
Quaroni individua con precisione il punto di snodo: la pratica di Motta si espande adottando le grammatiche dell’advertising, del sound design, dell’intrattenimento. Non si tratta di una semplice contaminazione linguistica, ma di una scelta strategica. L’artista non si limita a rappresentare il consumo: ne replica i codici, li interiorizza e li porta al limite, costruendo un cortocircuito tra forma e contenuto. La sorta di ‘concept store’ presente nell’installazione è emblematico in questo senso.
Bottigliette di HYDRON³, packaging accattivante, estetica patinata: tutto richiama il linguaggio seduttivo della pubblicità contemporanea. Eppure, proprio questa aderenza mimetica rivela la natura ambigua dell’operazione. L’esperienza promessa – energia, consapevolezza, unità interiore – è la stessa che, nelle tele, viene ricondotta a un lavoro lento, introspettivo, non replicabile. La contraddizione è evidente: ciò che nella pittura appare come conquista interiore, nel dispositivo pubblicitario si riduce a consumo immediato.
In questo scarto si articola la critica di Motta. L’artista non si pone in una posizione esterna o moralistica rispetto al sistema dei consumi; al contrario, lo abita dall’interno, ne utilizza le stesse logiche per mostrarne la natura illusoria. HYDRON³ diventa, così, una metafora del capitalismo contemporaneo, capace di appropriarsi di qualsiasi esperienza – anche la più intima e spirituale – trasformandola in prodotto. La figura di ‘Question Mark’ incarna perfettamente questa dinamica. Imprenditore senza volto, simbolo di un’identità svuotata e intercambiabile, rappresenta la deriva estrema della mercificazione. Non è un antagonista nel senso classico, ma una funzione: quella che trasforma ogni valore in valore di scambio, ogni desiderio in domanda di mercato. Il suo anonimato lo rende universale: non è un individuo, ma una condizione diffusa.
Di fronte a questa figura, JonnyBoy assume un ruolo ancora più significativo. La sua fissità meravigliata, la sua presenza reiterata, quasi liturgica, si oppone alla logica della novità continua che governa l’advertising. Se il consumo si fonda sulla sostituzione incessante delle immagini, JonnyBoy insiste, ritorna, si ripete. È una resistenza sottile, ma radicale: quella di un’immagine che non si esaurisce nella sua funzione comunicativa. La pittura, in questo contesto, diventa il luogo di una possibile ricomposizione. Dopo l’eccesso spettacolare dell’evento, dopo la saturazione sensoriale della messa in scena, le tele offrono uno spazio di rallentamento. Qui l’immagine si sottrae alla logica dell’immediatezza, recupera una temporalità diversa. Come suggerisce Quaroni, è nella pittura che il sistema narrativo trova una gerarchia, un ordine interno. Ma questa non è una fuga dal contemporaneo. Al contrario, è un modo per attraversarlo criticamente. Motta non rifiuta l’estetica pop né i codici dell’intrattenimento; li assume come materiale, li rielabora, li piega a una funzione riflessiva. Il risultato è un’opera che si muove costantemente sul confine tra fascinazione e smascheramento, tra adesione e distanza.
HYDRON³, allora, non è soltanto una distopia sull’eterna giovinezza. È una riflessione sul desiderio contemporaneo e sulla sua manipolazione. Utilizzando i linguaggi dell’advertising, Motta ne rivela la potenza e, al tempo stesso, la fragilità. Mostra come ogni promessa di felicità immediata contenga in sé una perdita: quella del tempo necessario alla trasformazione interiore. In questo senso, il progetto si configura come un rito ambiguo, sospeso tra seduzione e critica. Lo spettatore è coinvolto, attratto, quasi complice del meccanismo che l’opera mette in scena. Ed è proprio in questa partecipazione che si attiva la dimensione più profonda del lavoro: la consapevolezza che il sistema dei consumi non è qualcosa di esterno, ma una struttura che attraversa ciascuno di noi. La forza di HYDRON³ sta dunque nella sua capacità di operare su più livelli: esperienza sensoriale, narrazione distopica, dispositivo critico. E soprattutto nella lucidità con cui, come evidenzia Quaroni, utilizza le stesse armi del sistema che intende interrogare. Non per distruggerlo, ma per mostrarne i limiti, aprendo uno spazio – fragile ma necessario – in cui immaginare altre forme di relazione tra immagine, desiderio e coscienza.

