Alla 71ª edizione dei David di Donatello, con ‘Le città di pianura’ di Francesco Sossai vincono i margini geografici, generazionali e industriali del cinema italiano.
Matilda De Angelis è stata la prima premiata della serata. Miglior Attrice Non Protagonista per Fuori di Mario Martone, sale sul palco del Teatro 23 di Cinecittà e, invece di cominciare dai ringraziamenti, comincia da Goliarda Sapienza: “artista indomita, straordinaria e rivoluzionaria, che in vita è stata censurata e ostacolata. Spesso ce ne accorgiamo quando questi artisti sono morti e non possono più dare fastidio”. Più che un discorso di ringraziamento, è un intervento. Chiude con una frase che rimbalza sui social per tutta la notte: “l’amore come l’arte è un atto creativo per eccellenza e crea un’eredità. Io voglio far parte di questa eredità. Non levateci la speranza, non levateci il futuro”.
Il film che ha preso tutto, o quasi, è arrivato dal Nordest. Le città di pianura di Francesco Sossai con otto David: Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Attore, Miglior Sceneggiatura Originale, Miglior Montaggio, Miglior Canzone, Miglior Casting e Miglior Produttore. Due uomini di mezza età che non sanno cosa fare della propria vita e un ragazzo che non sa ancora come costruirla. Girano di notte nella pianura veneta inseguendo l’ultimo giro al bar. Realizzato in pellicola 35mm e prodotto da Marta Donzelli e Gregorio Paonessa per Vivo Film con Rai Cinema in coproduzione con Maze Pictures. A consegnare il premio per la regia è stato Matthew Modine: “il cinema italiano non fa remake né show, fa film per ricordarci cosa vuol dire essere umani”.
Quello che Sossai ha messo in scena è un pezzo d’Italia che esiste fuori dalle cronache: rotonde deserte, luci al neon dei bar aperti di notte, un territorio che aveva un nome negli anni Novanta e da allora ha smesso di cercarsene uno nuovo. Ha girato come farebbe un fotografo, ascoltando le persone nei bar, isolando luoghi che insieme disegnavano qualcosa di più grande. Un film che non spiega e non giudica. Osserva.
Aurora Quattrocchi, ottantatré anni, una vita in teatro, ha ritirato il David come Miglior Attrice per Gioia mia di Margherita Spampinato. Ha chiesto la riapertura delle grandi sale, dichiarando di non poterne più delle “salette micragnose dove il film non viene visto”. Gioia mia ha chiuso con due David: Miglior Attrice e Miglior Esordio alla Regia, quest’ultimo a Spampinato. Quattrocchi e Spampinato, due generazioni che si riconoscono.
Il secondo David napoletano è andato a Lino Musella, Miglior Attore Non Protagonista per Nonostante di Valerio Mastandrea. Il suo discorso, diversamente da quello della collega Matilda De Angelis, ha diviso la platea e acceso il dibattito online: “penso che il cinema possa essere una minaccia, come il teatro, la musica, la poesia, la solidarietà umana”.
Messa accanto, la lista dei vincitori rivela un’ossessione geografica che non sembra casuale. Sossai gira di notte nel Veneto, Spampinato porta sullo schermo la Sicilia e Soldini sceglie i luoghi della provincia autonoma di Bolzano. Non è il cinema delle grandi città. Non è il cinema della Capitale. È il cinema che per anni è stato finanziato meno e visto meno, e che quest’anno ha preso tutto. Il che non è solo un fatto culturale. È anche un segnale di come stia cambiando il gusto dell’industria o almeno quello dell’Accademia che la rappresenta. Primavera di Damiano Michieletto – quattro premi tra suono, costumi e composizione – è l’esordio di un regista teatrale che porta in sala la stessa ossessione visiva dei suoi spettacoli. La città proibita di Gabriele Mainetti porta a casa tre David tecnici. L’opera lirica da un lato, il kung fu romano dall’altro. La visione c’è, eppure non basta.
I premi che non finiscono sui giornali di solito dicono più di quelli che ci finiscono. Il Miglior Cortometraggio è andato a Everyday in Gaza di Omar Rammal: un riconoscimento minuscolo nella forma, pesante nel tempismo. Il documentario Roberto Rossellini – Più di una vita suggerisce che il cinema italiano stia tornando a interrogarsi sulle proprie radici, il che non è sempre scontato. Buen Camino ha il David dello Spettatore. Zalone aveva già incassato tutto mesi fa, ma il pubblico ha votato comunque, forse per lealtà, forse per mancanza di alternative. Una battaglia dopo l’altra è già consacrato da sei Oscar e portare la vittoria a casa era il minimo.
Premio Speciale Cinecittà a Vittorio Storaro: tre Oscar (Apocalypse Now, Reds, L’ultimo imperatore) e una carriera costruita sull’idea che la luce non sia tecnica ma linguaggio. Ha lavorato con Bertolucci, con Coppola e con Allen. A consegnargli il riconoscimento è stata Stefania Sandrelli. “Mi fa molto piacere ricevere questo premio in Italia, in lingua italiana”, ha detto.
Poi ci sono quelli che non hanno vinto e la loro assenza pesa quanto le statuette. Paolo Sorrentino portava La grazia con quattordici candidature, tra cui Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Attore per Toni Servillo, ed è tornato a mani vuote. Stesso esito per Cinque secondi di Paolo Virzì. Quello che rimane, alla fine, è una serata che ha premiato film girati in pellicola, in posti dimenticati, da registi che nessuno si aspettava. E una serata in cui Sorrentino e Virzì non hanno ricevuto premi. Non c’è un modo neutro di interpretare questa combinazione. O il cinema italiano sta cambiando davvero asse produttivo, gusto e statura degli esordi oppure sta attraversando uno di quei momenti in cui la qualità e il riconoscimento si incrociano per caso e poi si perdono di nuovo. De Angelis ha chiesto di non toglierci il futuro. Quattrocchi ha chiesto sale vere in cui viverlo. Sorrentino non ha vinto. Questi tre fatti, insieme, compongono un ritratto più fedele dello stato del cinema italiano di qualsiasi bilancio della serata.

