Il mecenatismo e il supporto all’arte fanno parte del DNA di Milano, città che da sempre ha avuto in privati cittadini illuminati uno dei principali motori sociali ed economici. Cramum, ente no-profit dedicato al sostegno delle eccellenze artistiche in Italia sin dal 2012, presenta presso la MyOwnGallery “Private Collection Vol.1 – Lorenzo Marini”. Questa esposizione offre un’opportunità unica per esplorare le opere di Lorenzo Marini raccolte nel corso degli anni da un noto e lungimirante collezionista milanese, che ha scelto di mantenere l’anonimato. Le opere, realizzate dal 2012 a oggi, molte delle quali non sono mai state esposte al pubblico prima, in quanto si trovano in diverse residenze, non solo a Milano.
Quale, dunque, è il ruolo del mecenatismo e del collezionismo oggi? Si tratta di un supporo discreto e tempestivo alle eccellenze artistiche nella fase di progettazione e produzione: fase costosa, spesso limite stesso per la nascita di nuova arte. Questo rapporto virtuoso tra mecenate e artista, tuttavia, presenta il difetto di essere elitario e accessibile solo a pochi privilegiati, che frequentano tali fortunate abitazioni. Cramum, pertanto, dà vita a una forma di restituzione collettiva e di condivisione della bellezza alla società: alle pareti si può leggere chiaramente il percorso organico e l’evoluzione – artistica e personale – di Lorenzo Marini, uno dei protagonisti indiscussi dell’arte contemporanea italiana.
Protagonista di questo Volume 1 di mecenatismo nell’arte è perciò la riflessione della parola nell’arte: dalla gioia entusiasta dei primi alfabeti all’annichilimento delle ultime opere appena presentate a Miami Art Week e inedite per l’Italia “Where Unspoken Words End”.
SABINO MARIA FRASSÀ
Nell’arte contemporanea italiana, Lorenzo Marini emerge come figura chiave. L’artista fonde con abilità l’arte visiva con la potenza delle lettere, creando opere uniche e coinvolgenti, che esplorano il legame tra arte, immagine e comunicazione. La mostra “Private Collection Vol. 1 – Lorenzo Marini”, nella sua forma quasi antologica di raccolta di opere dal 2012 a oggi, offre un’occasione unica per comprendere il senso e l’evoluzione del pensiero del Caposcuola della Type Art. Dal 2016, Marini, con il movimento da lui fondato, si propone di liberare le lettere, ponendo l’attenzione sull’estetica e sul significato del segno grafico. Questo movimento è parte di una più ampia indagine sul futuro della comunicazione e del linguaggio.
Ogni lettera nelle opere di Marini diventa un elemento di un puzzle che racconta storie, suscita emozioni e solleva interrogativi. Invita gli spettatori a sperimentare la magia delle lettere, coglierne il significato più profondo e riflettere sul potenziale comunicativo e stimolante delle stesse. L’artista sfida a guardare oltre le parole, a scoprire nuovi modi di comunicare e interpretare il mondo, sempre più visivo ma anche sempre più divisivo.
La ricerca artistica di Lorenzo Marini si basa su anni di esperienza come art director e creativo pubblicitario, dove il linguaggio, le parole e la comunicazione sono stati e continuano ad essere gli strumenti principali.
Il Maestro della Type Art si interroga sul futuro dell’essere umano in un contesto in cui le parole potrebbero scomparire, dando spazio a una comunicazione basata sull’immagine. La sua arte può essere considerata una forma di archeologia linguistica, propedeutica a comprendere la nascita di un nuovo linguaggio contemporaneo, sempre meno sintattico e sempre più visivo.
Attraverso le sue opere, Marini invita a riflettere sulla velocità della trasformazione del linguaggio e sulla fusione tra sintassi tradizionale, immagini, loghi e persino emoticons.
Il percorso espositivo esplora il potere delle lettere come fondamento del nostro pensiero e della nostra esistenza: dalla gioia espressa nei primi alfabeti all’annichilimento visualizzato nelle opere più recenti, le “BlackHole.” La mostra si apre con la presentazione di questi ultimi lavori, rivelando un profondo interrogativo sul futuro della comunicazione. Marini si chiede dove finiscano le molte parole dette, se siano promesse dimenticate o semplicemente dissipate nell’aria. Il buco nero, presente nelle nostre galassie, diventa un simbolo che assorbe sia lo spazio che il tempo, aprendo a interpretazioni suggestive sulla natura delle parole e sulla loro possibile scomparsa in una dimensione sconosciuta.
Nella serie “BlackHole,” le lettere, “liberate” da secoli di contestualizzazioni, si uniscono in vortici senza formare parole complete. L’assenza di punteggiatura contribuisce a creare un discorso apparentemente impossibile, una destrutturazione delle lettere che, unite, formano un non senso dominante nelle nostre vite. Tuttavia, l’artista cerca anche di intravedere una speranza nello stesso “buco nero”, inteso come un punto catartico della nostra comunicazione. Potrebbe essere un portale verso un’altra dimensione, dove le parole liberate potrebbero trovare una destinazione sconosciuta, diventare simboli e portatori di una pura bellezza, nuova protagonista della nostra esistenza.
La mancanza di linearità rappresenta la realtà contemporanea, il punto di partenza, dove la coerenza e la continuità sembrano cedere il passo a frammenti di pensiero. Marini suggerisce che il pensiero critico, in questo contesto, non sia più sufficiente a cambiare le menti o a generare nuova conoscenza, lasciando spazio al non senso. La serie “BlackHole” esplora così il cambiamento nella struttura del pensiero critico e la prevalenza del non senso nell’era della frammentazione, indicando che il mutamento del linguaggio può determinare un’evoluzione del nostro modo di pensare.
Queste opere più recenti non rappresentano quindi una rottura con il passato, narrato nella restante parte della mostra, ma piuttosto un organico sviluppo. In tutte le composizioni di Lorenzo Marini, siano esse bidimensionali o tridimensionali, le lettere si trasformano, infatti, in immagini, instaurando un dialogo visivo e concettuale con lo spettatore. Il denominatore comune è sempre il distacco, profondo e irreversibile, dalla concezione tradizionale della lettera come fondamento della comunicazione linguistica, esplorando l’alfabeto e la scrittura come segni nello spazio, espressioni artistiche individuali. A differenza di Alighiero Boetti e Joe Tilson, Marini non concepisce la lettera come elemento costitutivo delle parole, bensì come veicolo di senso visivo, importante nella sua natura quasi primordiale, non lontana dai fonemi, nel complesso sistema di comunicazione sviluppato dall’essere umano in millenni di evoluzione.
Dal BodyType, in cui citazioni di opere sono collegate a corpi nudi che formano lettere, all’Alphatype, ciclo di opere in cui l’artista rinuncia a loghi di valore significativo per creare nuovi alfabeti di emoticon, Marini narra sempre il cambiamento nella comunicazione e sottolinea la prevalenza della forma sull’essenza semantica. Non giudica, ma descrive ciò che vede, offrendo una prospettiva dell’evoluzione del linguaggio e della comunicazione in un mondo sempre più dominato dall’immagine. Se è innegabile il vortice del cambiamento in atto, l’artista sottolinea che l’alfabeto convenzionale rimane fondamentale nella funzione del leggere e dello scrivere. “Semplicemente,” le nostre parole si stanno arricchendo di nuovi significati visivi ed estetici: in un’epoca in cui l’immagine è sempre più protagonista, Marini offre così uno sguardo sull’importanza continua della parola nella Babele contemporanea che stiamo costruendo, perché essa è portatrice di messaggi ulteriori e a prescindere dal contenuto proprio e consolidato in secoli di evoluzione linguistica.
Non resta che abbandonarci con consapevole resilienza al buco nero della nostra esistenza … il bello delle lettere “liberate” e perciò “ritrovate”.
ARNALDO BORGHESI, UMBERTO VERGA
L’arte, nelle sue molteplici forme, ha costantemente contraddistinto le grandi civiltà del passato e del presente, tracciandone e descrivendone l’origine, la maturità e anche la decadenza. In tutta la storia dell’umanità la libertà del gesto artistico ha segnato il passo delle grandi democrazie e dei governanti più illuminati, che hanno saputo guardare all’arte con prospettiva: emblematico l’esempio dei Gonzaga a Mantova, che collaborarono persino con il grande maestro fiammingo Rubens. L’arte di regime, quand’anche di valore, ha sempre invece espresso monotonia, tristezza e assenza di prospettiva.
Perciò è importante riflettere sull’oggi, in cui una parte significativa del mondo gode della più ampia libertà di sperimentazione e pensiero nell’arte. Anche il desiderio di stupire a tutti i costi, che colpisce tanta arte dei nostri giorni, è una forma di libertà fraintesa : del resto, è innegabile che grandi capitali sono disponibili per finanziare l’arte, consentendo una fruizione globale e alimentando interessi economici. Tuttavia, l’essenza dell’arte non può essere confinata, poiché essa è intrinsecamente legata al movimento e al cambiamento, riflettendo o anticipando i valori dell’umanità.
L’arte contemporanea è o dovrebbe essere qualcosa di nuovo, fornire nuove e diverse prospettiva anche quando reinterpreta ciò che già esiste, attraverso nuove tecniche e materiali. In questo contesto, apprezzo profondamente le opere di Lorenzo Marini che riescono ogni volta a stupirci dando nuova vita e forma alle lettere dell’alfabeto e alla loro storia millenaria. Ci troviamo di fronte un mondo che esiste ed è a portata di mano, ma che al contempo è ancora tutto da esplorare. E più ti addentri in esso e più capisci le sue potenzialità infinite: in questo mondo senza confini Lorenzo con metodo, originalità e prospettiva si è avventurato lasciando a noi il piacere di seguirlo.
«Sed fugit interea fugit irreparabile tempus» scriveva Virgilio. Non a caso la locuzione latina sul passare inesorabile del tempo è spesso riportata negli orologi. E cuore di questo percorso espositivo tra arte, comunicazione e impegno civile, sembra essere proprio il tempo, da sempre per me così importante. Lorenzo Marini lo fa danzare dando vita ad affascinanti buchi neri, custodi di segreti cosmici, che distorcono la realtà, la progressione degli eventi e persino il pensiero.
Mi affascina l’idea di questo enigma celeste al centro di ogni cosa: il tempo si arrende alla gravità implacabile, le lancette dell’orologio si fermano, mentre il buco nero canta la sua canzone silenziosa, una melodia fatta di infinite lettere e parole indicibili che sfidano la comprensione umana.
Il tempo diventa per Lorenzo Marini un dipinto astratto, dove le sfumature dell’eternità si mescolano in un caleidoscopio di momenti senza fine.
Le lettere, libere e liberate dall’artista dalla loro prigione di routine millenaria, si perdono nei meandri di un’infinità senza confini, danzando tra le ombre del buco nero e facendo perdere noi spettatori in infiniti labirinti di senso e bellezza.

