Alessandro D’Aquila e Matteo Mauro. Tra segno e silenzio. Alla Fondazione Zetti di Parma - Media Key
Salta al contenuto
Arte e culturaEsterne

Alessandro D’Aquila e Matteo Mauro. Tra segno e silenzio. Alla Fondazione Zetti di Parma

Il lavoro di Alessandro D’Aquila e di Matteo Mauro non presenta, in epidermide, punti di contatto. Assume una prospettiva fruttuosa se invece si fa riferimento al contesto di pensiero che genera entrambi: assumere un codice formale fortemente connotato, talmente consueto da aver perso in sé ogni possibilità significativa, e riabitarlo con interventi devianti, che schiudano invece forti possibilità di senso.

Nel caso di D’Aquila è una sorta di distillazione del puro vedere, del puro riconoscere tipico dell’oftalmoscopio, che qui viene abilitato a farsi luogo di frammenti poetici altri e alti, da Catullo a Emily Dickinson, per cui i suoi lightbox perdono le pur evidenti fattezze funzionali e si fanno irruzioni lievi ma potenti di un altro sentire, di una vista mentalmente acuminata.

Matteo Mauro lavora invece sulle strutture dinamiche del segno nel suo farsi forma decifrabile: è una soluzione, la sua, molto prossima al grado zero dell’immagine, che non solo pone in scacco l’aspettativa di riconoscimento dello spettatore ma si insinua svelando appena i suoi meccanismi sorgivi: i quali portano in se stessi, in realtà, il proprio destino tutto e chiedono a chi si faccia pubblico una consonanza tra concettuale e puramente emotiva.

Le opere di entrambi sono, in ogni caso, esperienze ben più complesse di quanto l’ovvietà del meccanismo messo in campo nell’enunciazione renda attive: qui è necessaria una partecipazione piena, consapevole, affilata da parte di chi si scelga il ruolo di colui che guarda.