Dal 30 maggio al 30 giugno 2026 la Blue Gallery di Venezia presenta Che io possa andare oltre, mostra personale di David Berkovitz (Bologna, 1978), a cura di Giovanni Gardini - Media Key
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Dal 30 maggio al 30 giugno 2026 la Blue Gallery di Venezia presenta Che io possa andare oltre, mostra personale di David Berkovitz (Bologna, 1978), a cura di Giovanni Gardini

L’esposizione riunisce una selezione di opere recenti che testimoniano la maturità raggiunta dall’artista attraverso una ricerca incentrata sul concetto di superamento del limite, sulla trasformazione della materia e sulla costruzione di nuove possibilità percettive. Partendo da materiali semplici e quotidiani come la carta, Berkovitz sviluppa un linguaggio rigoroso e riconoscibile nel quale il taglio diviene gesto generativo, apertura verso uno spazio altro.

Il titolo della mostra trae origine dal termine greco ἰοίην, traducibile come “che io possa andare”, un’espressione che racchiude il nucleo della sua ricerca artistica: la tensione verso un oltre che non coincide con la fuga dalla realtà, ma con la capacità di guardarla da prospettive nuove.

«Attraverso la sua arte Berkovitz cerca di ricordare a tutti, innanzitutto a sé stesso, che un altro mondo è possibile: basta superare la soglia, basta saperlo accogliere, desiderarlo e vedere», scrive Giovanni Gardini nel testo che accompagna la mostra.

Carta, dime e cutter costituiscono gli strumenti essenziali del suo lavoro. Da un gesto lento, ripetitivo e preciso nascono tagli, arricciature e divaricazioni che trasformano la superficie bidimensionale in strutture complesse, attraversate dalla luce e dalle ombre. Ogni intervento richiede concentrazione assoluta e una preparazione accurata: la foglia d’oro viene applicata pazientemente, il colore stratificato, le ossidazioni accompagnate ma mai completamente controllate. Il taglio rappresenta il momento decisivo del processo creativo. «Il cutter solca la carta con decisione e delicatezza al tempo stesso, in un equilibrio estremo tra occhio e mano, perché non è ammissibile alcun margine di errore», osserva Gardini, sottolineando come l’opera conservi la memoria di una tensione continua tra controllo e fragilità.

Nelle serie Divaricazioni del Bianco Venezia e Divaricazioni dell’Oro Venezia, il bianco e l’oro assumono un significato che va oltre la dimensione cromatica. Il bianco evoca una condizione esistenziale complessa e vulnerabile, mentre l’oro amplifica la profondità dello spazio e della luce. I tagli non interrompono la superficie ma la aprono, rivelando ciò che normalmente rimane nascosto.

«Dietro ogni taglio o arricciatura si può, anzi si deve, indugiare con lo sguardo per osservare una pennellata, un’ossidazione, un’ombra o un riflesso. Quegli sfondi che potrebbero apparire come semplici dettagli sono invece decisivi perché rivelano quell’oltre tanto agognato dall’artista», scrive ancora il curatore.

Le opere di Berkovitz dialogano idealmente con alcune esperienze fondamentali dell’arte del Novecento, dalla ricerca sullo spazio alla costruzione di ambienti mentali e simbolici. Le sue composizioni assumono la forma di architetture immaginarie, scenografie essenziali nelle quali il pensiero può trovare rifugio e nuovi orizzonti.Particolare rilievo assume inoltre il tema dello scarto, protagonista dell’opera Anime salve. Qui i residui del processo creativo diventano elemento centrale della composizione. Sottili strisce di carta sembrano elevarsi nello spazio in un movimento continuo, trasformando ciò che è marginale in una presenza vitale e significativa.«Non c’è nulla che non possa essere salvato, non c’è nulla che non abbia dignità. In fondo è proprio lo scarto l’anima dei lavori», afferma Berkovitz, sintetizzando una delle riflessioni più profonde della sua ricerca.

Con Che io possa andare (oltre), David Berkovitz invita il pubblico a rallentare lo sguardo e a riscoprire il valore dell’attenzione. Il taglio diventa apertura, la materia si trasforma in soglia e l’opera in uno spazio di possibilità, dove immaginazione, memoria e desiderio si incontrano per suggerire nuove forme di esperienza del reale.

Contatti Stampa CRISTINA GATTI PRESS & PR | [email protected] | mob.338 6950929

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NOTE PER I REDATTORI

BIO

David Berkovitz (pseudonimo, Bologna, 1978) è un artista autodidatta la cui ricerca nasce dalla cultura Hip Hop, dal writing e dalla scrittura, intesa come strumento di elaborazione e trasformazione dell’esperienza interiore. Nel 2011 sviluppa il celebre “Cubo di Berkovitz”, elemento simbolico che diventa il fulcro del suo linguaggio visivo, fondato sul rapporto tra materia, energia e segno. Dal 2020 la sua indagine si evolve nelle “Divaricazioni”, opere incentrate sul taglio, sulla percezione e sul simbolo come strumento di conoscenza.

La sua ricerca attuale esplora il tema del non detto e di ciò che rimane nascosto, attraverso un linguaggio che combina simboli, incisioni e ripetizioni rituali, in un percorso che intreccia introspezione, spiritualità e ricerca di trascendenza.

Dopo la prima mostra personale a Bologna nel 2012, ha esposto in gallerie e istituzioni italiane, tra cui la Galleria Bongiovanni, Maurizio Nobile Fine Art e il Parma Festival. Dal 2023 collabora con la storica Bottega Gollini di Imola. Nel 2024 è stato artista in residenza presso la Fondazione Donà dalle Rose di Venezia, dove alcune sue opere sono entrate nella collezione della Fondazione. Tra gli appuntamenti più recenti figurano mostre personali e bipersonali in Italia e all’estero, tra cui Perth (Australia) e Venezia.

Vive e lavora nella provincia di Bologna.