Il MASI Lugano Museo d’arte della Svizzera italiana prosegue il ciclo di approfondimenti sulla storia dell’arte del Ticino e delle sue collezioni con un focus dedicato a Umberto Boccioni (Reggio Calabria 1882 – Verona 1916). La mostra offre una sintesi ravvicinata e intensa su una fase decisiva dell’evoluzione artistica di Boccioni, restituendo le tensioni, le incertezze e le contraddizioni immediatamente precedenti alla sua adesione al movimento futurista, di cui fu tra i principali fondatori e teorici. “Cerco, cerco, cerco, e non trovo. Troverò?” annota l’artista in una pagina del suo diario nel marzo 1907: questo interrogativo, che racchiude tutta l’inquietudine di quel periodo, attraversa l’intera mostra come un filo conduttore.
Dalle prime prove del 1903-1904 al difficile triennio 1907-1909 fino alle soluzioni formali e compositive del 1911, il progetto espositivo cristallizza quindi la traiettoria artistica di Boccioni, dal progressivo superamento della lezione divisionista con i temi paesaggistici e rurali, alla definizione di un linguaggio nuovo, in grado di dare forma alla modernità e al dinamismo della vita contemporanea. I diversi momenti di questa ricerca sono testimoniati, nella mostra al MASI, da un corpus di quindici lavori: a un nucleo di dipinti prefuturisti, donati alla Città di Lugano dagli eredi di Gabriele Chiattone, sostenitore e committente dell’artista durante gli anni milanesi, è accostata una puntuale selezione di opere cardine dei primi anni futuristi provenienti da importanti collezioni pubbliche e private.
Quello dedicato a Umberto Boccioni è il terzo e conclusivo appuntamento di un ciclo di mostre-dossier che ha visto come protagonisti, negli anni passati, figure chiave della storia dell’arte del Novecento, quali Alexej von Jawlensky (2023) e Ernst Ludwig Kirchner (2024) e che sono ospitate all’interno della presentazione della Collezione museale.
“Cerco, cerco, cerco, e non trovo. Troverò?” – il percorso espositivo
Il nucleo centrale della mostra al MASI è contraddistinto da una serie di paesaggi divisionisti datati 1908, provenienti dalle collezioni del Museo e inizialmente acquistati da Gabriele Chiattone direttamente dall’artista. Per il luganese Chiattone, titolare di una stamperia a Milano, Boccioni realizza infatti diversi progetti grafici tra il 1907 e il 1909, anni cruciali del suo percorso, segnati da incertezze economiche e dalla difficile ricerca di un nuovo linguaggio pittorico, a cui avrebbe posto termine solo la svolta futurista nel 1910. Dalle annotazioni del suo diario del 1907 emerge un giovane artista nauseato da quel «sentimentalismo moderno» con i suoi temi rurali – campi, quiete, casette e boschi – desideroso invece di dipingere «il nuovo» e il «tempo industriale». Eppure, è proprio attraverso quei soggetti che Boccioni cerca inizialmente ancora l’approvazione del pubblico e della critica.
Esemplare, in questo senso, è una delle sue prime prove a olio, Campagna romana o Meriggio, del 1903. Presentata alla LXXIV Esposizione Internazionale di Belle Arti della Società Amatori e Cultori delle Belle Arti di Roma, l’opera nasce nel solco del divisionismo e risente ancora della lezione di Giacomo Balla, maestro di Boccioni in quegli anni romani, durante i quali frequenta anche l’Accademia di Belle Arti. Prima della vendita a Chiattone nel 1908, Boccioni interviene però nuovamente sul dipinto con una pennellata più rapida e decisa, che esalta la brillantezza del colore e sembra segnare un primo, significativo allontanamento dal divisionismo realista del maestro. Nonostante la produzione di questo periodo sia variegata e altalenante, dal profilo dell’utilizzo del colore emerge però un primo cambiamento.
Se nel dipinto Campagna lombarda o Sinfonia campestre del 1908 pennellate di colore puro riproducono in maniera meticolosa e attenta le diverse tipologie di piante e insetti, in altri lavori si insinua infatti una visione diversa dello scorcio paesaggistico. In Casolare (1908), la pennellata filamentosa e vibrante restituisce una visione in movimento del paesaggio, forse colto dal finestrino di un treno. Una sensibilità analoga emerge in Contadini al lavoro o Risaiole, che presenta un formato disteso e l’orizzonte alto, soluzione cara a Boccioni in quegli anni. La stessa struttura compositiva si ritrova in Treno che passa (1908): qui la sagoma di un convoglio a vapore irrompe nella scena come un’ombra fuggevole e imprime un forte senso di dinamismo, che sembra preludere a successivi temi futuristi.
È una ricerca formale, quella di Boccioni, che inizia ad aderire a nuovi temi e soggetti e alle tensioni da cui scaturiscono: è la velocità della modernità nascente contro l’immobilità del passato rurale, la pittura della sintesi e dell’idea contro la pittura dal vero. La percezione contro la visione. In questo senso, all’interno del nucleo Chiattone, Sera d’Aprile (1908) merita uno sguardo particolare. Il dipinto, un paesaggio brumoso “fatto di memoria”, come scrive l’artista, è una precoce veduta della periferia urbana, in cui Boccioni si allontana dall’en plein air per avvicinarsi a una pittura fatta di suggestioni.
Contiene poi già le premesse di un’energia nuova, anticipatrice delle prime ricerche di impronta futurista lo straordinario Nudo di spalle (Controluce) del 1909, in cui l’artista ritrae la madre Cecilia Forlani di spalle, in un’inquadratura fortemente fotografica. L’ansia compositiva di Boccioni si risolve qui nella totale eliminazione dell’ambientazione di sfondo attraverso la luce, che non solo costruisce e illumina, ma trasfigura il dato visivo in senso poetico.
Nel Ritratto femminile (1911) l’integrazione tra figura e sfondo è messa invece in atto attraverso il colore: ancora orientato a una pittura fatta di suggestioni più che di restituzione puntuale del reale, Boccioni ne abbandona però l’uso naturalistico, risolvendo la componente cromatica e gestuale del ritratto in una potente vibrazione dinamica, seppur ancorata al linguaggio divisionista.
Il passaggio da una riflessione sul colore e sulla luce a quella sulla forma e sulle linee di forza – elementi cardine del vocabolario futurista- è evidente nel dipinto Visioni simultanee dello stesso anno. Qui Boccioni si misura con la possibilità di rappresentare simultaneamente “le forme dell’ambiente esterno intessute all’estensione temporale della realtà interiore”. È una visione che nasce dal confronto con la lezione cubista, scoperta dall’artista durante il soggiorno parigino dell’autunno 1911, e che riflette il clima culturale del tempo, segnato dal progresso scientifico e dalla nuova coscienza della quarta dimensione elaborata da Einstein. I dipinti delle campagne lombarde sono ormai lontani: “a partire dalla fine del 1911 (fino a esaurimento nel 1914), la svolta al Futurismo di Boccioni appare definitivamente compiuta. Con il prosieguo delle ricerche apre nuovi orizzonti trovando, forse, soprattutto in ambito plastico gli esiti più originali e unici” sottolinea la curatrice Cristina Sonderegger.

